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	<title>Pietro Nicosia &#187; Catania</title>
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		<title>La festa di Sant&#8217;Agata a Catania: tre giorni di fede e appartenenza</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jan 2014 14:43:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Nicosia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Catania]]></category>
		<category><![CDATA[Sant'Agata]]></category>
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		<category><![CDATA[Febbraio]]></category>
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		<category><![CDATA[Patronale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>A Catania, il 3, 4 e 5 febbraio la festa patronale in onore di Sant&#8217;Agata, fra le celebrazioni religiose più vissute al mondo &#160; Non c’è racconto, non c’è frase, non c’è parola che possa descrivere i giorni più incredibili che una città possa vivere [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1296" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-medium wp-image-1296 " alt="Sant'Agata a Catania, fedeli con ceri esprimono  la propria devozione (© Foto di Pietro Nicosia)" src="http://www.pietronicosia.it/wp-content/uploads/2014/01/s_agata_01_14-300x198.jpg" width="300" height="198" /><p class="wp-caption-text">Sant&#8217;Agata a Catania, fedeli con ceri esprimono la propria devozione (© Foto di Pietro Nicosia)</p></div>
<p><i>A <b>Catania</b>, il 3, 4 e 5 febbraio la festa patronale in onore di <b>Sant&#8217;Agata</b>, fra le celebrazioni religiose più vissute al mondo</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non c’è racconto, non c’è frase, non c’è parola che possa descrivere i giorni più incredibili che una città possa vivere quando di mezzo c’è la propria storia. La città è quella di <b>Catania</b>, i giorni sono quelli di <b>Sant’Agata</b>, la <b>patrona</b> celebrata dal <b>3</b> al <b>5 febbraio</b> di ogni anno, con una festa che ha poche similitudini nei cinque continenti. Bisogna scomodare la Settimana Santa di Siviglia, o il Corpus Cristi di Cuzco in Perù, per ritrovare celebrazioni religiose di uguale intensità emotiva.</p>
<p>Una festa che è l’essenza della città e che travalica il confine del “non”, accomunando credenti e quanti non sono avvezzi a frequentare riti e funzioni, che attendono febbraio irrimediabilmente contagiati da quel che è un marchio di appartenenza, così come l’<b>Etna</b>, madre e matrigna; o il <b>liotru</b>, l’elefante simbolo di questa terra; e la squadra di calcio che, mantenendo la sua <b>serie A</b>, interpreta la voglia di esserci.</p>
<p>A dare il segnale che la festa è ormai nell’aria è il cambio dei paramenti. Dismesso il rosso natalizio, sin dai primi giorni del nuovo anno le vetrine si vestono di <b>verde</b> patronale. Poi, pian piano, si consuma l’attesa fra riti consolidati e segnali sottili che la città sa interpretare. Le <b>pasticcerie</b> si tingono del verde delle <b>olivette</b> di <b>pasta reale</b>, il dolce che, più di ogni altro, rappresenta la festa. Ma non è il solo. Gli altri segni s’individuano nei negozietti di tessuti a ridosso del centro che espongono il <b>sacco</b>, l’abito tradizionale che i devoti, che qui si chiamano <b>“cittadini”</b>, indossano nei tre giorni di festa; nei libri con la foto del <b>busto</b> luccicante di monili della patrona esposti nelle vetrine delle librerie, nelle <b>candele</b> votive che si vendono agli angoli delle vie.</p>
<p>E quando le <b>candelore</b>, i cerei lignei che un tempo illuminavano il percorso delle processioni, iniziano a girar per i quartieri, <b>Sant’Agata</b> è già nella pelle dei <b>catanesi</b>. Un’attesa che monta e che, poi, esplode in quei tre giorni vibranti, quando la città riabbraccia la patrona la cui festa ne incarna passioni, gioie, speranze, inferno e gloria.</p>
<p>L’inizio il <b>3 febbraio</b> in pompa magna con l’<b>offerta</b> della <b>cera</b>, il giorno in cui rivivono le settecentesche <b>“Carrozze del Senato”</b>, trainate dai <b>cavalli bianchi</b>, su cui siedono le autorità cittadine, che poi scendono in strada a sfidare l’umore del popolo, contrapposto alla stregua di guelfi e ghibellini.</p>
<p>Le notte del <b>4 febbraio</b> i <b>cittadini</b>, con indosso i loro <b>sacchi bianchi</b> che odorano ancora di bucato, si presentano in cattedrale. Sgranano le ore al freddo attendendo l’apertura delle porte per essere lì, in prima fila, quando la <b>“Santuzza”</b> uscirà dalla <b>“cammaredda”</b>, il <b>sacello</b> in cui è riposta durante l’anno, attraversando il transetto per giungere sull’altare maggiore, in un tripudio di gente. Loro, lì, vorranno esserci, a incrociare per primi lo sguardo felice, come lo descrive qualcuno, di <b>Agata</b> che ritrova il suo popolo, e salutarla agitando il <b>fazzoletto bianco</b> con un grido che, al passare delle ore, sarà sempre più roco e più flebile: <b>“Cittadini, evviva Sant’Agata”</b>. Poi la processione sino all’alba seguente, con il <b>fercolo</b> <b>d’argento</b> che incede per i quartieri popolari dove la città vera s’incontra e ne attende pazientemente l’arrivo, mangiando il <b>cibo di strada</b>, i panini con la <b>carne di cavallo</b>, la salsiccia, il <b>“sangeli”</b> il sanguinaccio cotto nel budello di maiale.</p>
<p>Il <b>5 febbraio</b>, giorno di <b>Sant’Agata</b>, il <b>fercolo</b> compie il giro del centro storico. Dai palazzetti di <b>via Etnea</b> se ne attende l’arrivo ai balconi aperti agli amici, sgranocchiando noccioline e pasteggiando rosoli. Sotto le luminarie passano le <b>candelore</b> che ondeggiano facendo tintinnare i pendoli, <b>barocco</b> in movimento nella città barocca. I devoti sciolgono loro i voti portando sulle spalle <b>torce</b> accese e gocciolanti di cera, che pesano quanto loro stessi pesano. Si fermano per le invocazioni che diventano un lamento, dolore vivo, di storie vere di vecchi e di bambini affidati a <b>Sant’Agata</b>.</p>
<p>Il fercolo lentissimo procede per via Etnea e raggiunge, una dopo l’altra, le piazze del centro. Al Borgo si torna indietro. Ma c’è ancora l’ultima fiammata: <b>San Giuliano</b>. Sono le candelore a risalire per prime il basolato lavico, sfidandosi nell’ultima gara di resistenza. Poi l’arrampicata tocca al <b>fercolo</b>, col sole a illuminare l’ultimo scampolo di festa. All’unisono i sacchi bianchi fluttuano per condurre la vara d’argento in cima a quello che un tempo era un cratere. In <b>via Crociferi</b>, perla barocca dell’Unesco, risuona  il canto delle suore in un silenzio irreale.</p>
<p>L’ultimo tratto sino in cattedrale ancora di corsa. La città riprende il suo ritmo, con i suoi rumori di clacson ed il vociare dei venditori della <b>pescheria</b>. <b>Sant’Agata</b> rientra ondeggiando ancora fra la folla. Poi il commiato. I sacchi bianchi si disperdono lisi e sporchi di cera, con un ultimo sguardo alla cattedrale e l’indice portato alla bocca per soffiare un bacio a mo’ di saluto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(Tramite “Cerca Foto”, puoi scoprire altre immagini della festa di Sant&#8217;Agata) </em></p>
<p>Guarda la galleria fotografica sulla Festa di Sant&#8217;Agata</p>
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			</h2>
			<p class="wppa-box-text wppa-black wppa-box-text-desc" style="min-height:54px; font-weight:normal; ">Galleria fotografica della festa di Sant’Agata a Catania, eccessiva, smisurata, barocca, come barocca è la città, fra le primissime feste religiose al mondo per intensità emotiva. Per acquistare le foto o per sviluppare un testo contattami. Puoi selezionare altre immagini inserendo la chiave di ricerca</p>
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		<title>Piana di Catania, sconfinato monumento, teatro delle passioni umane</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jun 2013 11:19:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Nicosia]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1269" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.pietronicosia.it/wp-content/uploads/2013/06/piana_06_13.jpg"><img class="size-medium wp-image-1269  " alt="Campo di grano alla Piana di Catania; sullo sfondo l'Etna (© Foto Pietro Nicosia)" src="http://www.pietronicosia.it/wp-content/uploads/2013/06/piana_06_13-300x193.jpg" width="300" height="193" /></a><p class="wp-caption-text">Campo di grano alla Piana di Catania; sullo sfondo l&#8217;Etna (© Foto Pietro Nicosia)</p></div>
<p><span style="color: #000000; line-height: 1.5em;">Quando l&#8217;Etna ne avvelenò i raccolti, i sicani fuggirono a Occidente. Quando tornarono per riprendersi i territori,  i siculi li ricacciarono oltre la Piana di Catania.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E la Piana, di storie, di guerre e di battaglie ne ha viste. E tante. Come quella del &#8217;43 quando i cingoli dei carri armati alleati passarono sulle spighe dorate che s’imbrattarono, fin troppo, di sangue.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Fra zagara e grano, oggi è un unico, sconfinato, monumento punteggiato di masserie senza più padroni, con i mostri di pietra impolverati di ricordi. Ricordi di ragazzine con gli ombrellini e di gabelloti che bestemmiavano contro Dio e contro i viddani, che sui campi si spezzavano la schiena.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Bionda di grano da mietere, la Piana è il mito dei Palici, ma è pure la città di Paliké il ponte di Pietralunga, il Borgo Pietro Lupo, la grotta di Rocchicella, la Montagna di Ramacca. Ed è teatro delle passioni umane, di carrettieri assassini per amore, e di marchesi padroni delle vite dei contadini.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>(Tramite “Cerca foto”, puoi scoprire altre immagini della Piana di Catania)</em></span></p>
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