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	<title>Pietro Nicosia</title>
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		<title>Cefalu&#8217;, perla del Tirreno</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jan 2015 16:01:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Nicosia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Palermo]]></category>
		<category><![CDATA[Cefalù]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Cefalù è un centro marinaro siciliano di origine medievale, ma abitato da sempre, adagiato ai piedi di un promontorio sul Mar Tirreno, in Provincia di Palermo. È fra le mete più ricercate del turismo siciliano La rocca che incombe squadrata e severa, la città che [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1321" style="width: 610px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.pietronicosia.it/wp-content/uploads/2015/01/cefalu_20_01_2015.jpg"><img class="wp-image-1321" src="http://www.pietronicosia.it/wp-content/uploads/2015/01/cefalu_20_01_2015-1024x680.jpg" alt="Cefalù, il porticciolo (© Foto di Pietro Nicosia)" width="600" height="398" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Cefalù, il porticciolo (© Foto di Pietro Nicosia)</em></p></div>
<h4>Cefalù è un centro marinaro siciliano di origine medievale, ma abitato da sempre, adagiato ai piedi di un promontorio sul Mar Tirreno, in Provincia di Palermo. È fra le mete più ricercate del turismo siciliano</h4>
<p>La rocca che incombe squadrata e severa, la città che la cintura dalle prime propaggini al Tirreno, i campanili che svettano solenni sino a quasi metà della montagna. L’immagine di Cefalù celebrata nell’iconografia ufficiale da fotografi e pittori, è la stessa che resta stampata nella mente dopo aver visitato la perla del Tirreno, solcato le sue stradine medievali, incorniciato la baia dal porticciolo. <strong>Beneficiata da una posizione naturale favorevole, con la rocca che vigila sul mare</strong>, straordinario contrafforte da opporre ai nemici, Cefalù è un luogo popolato da sempre. L’abitarono i Giganti, fu teatro delle gesta di Ercole, la fondarono i sicani, la chiamarono kephaloìdion i greci, la presero i romani, la resero splendida i normanni.</p>
<p>La  sua rocca è il museo storico della cittadina. I fianchi custodiscono le tracce della colonizzazione pre-ellenica, in particolare le grotte “delle giumente” e “delle colombe”, ma anche il Tempio di Diana (costituito da blocchi megalitici), santuario nel nono secolo avanti Cristo riadattato dai successivi colonizzatori, ed una cisterna dello stesso periodo. <strong>In vetta si trovano i ruderi del castello</strong>. Quando, nell’XI secolo, i normanni scacciarono gli arabi dall’isola, il conte Ruggero conquistò quel promontorio che offriva una incommensurabile vista sul mare. Fu il figlio, Re Ruggero, a riconsegnarla alla cristianità edificando la magnifica cattedrale (1131), che divenne in seguito importante possedimento ecclesiastico.</p>
<p>Il cuore della cittadina è attraversato da Corso Ruggero, che inizia con i resti della Porta di Terra e dell’antica cinta muraria. Percorrendo l’asse viario principale si scorge l&#8217;Osterio Magno, complesso del XIII secolo, che la tradizione annota come la residenza del sovrano, per poi giungere sino in <strong>piazza Duomo dominata dal prospetto della Cattedrale</strong>, il più importante monumento di Cefalù, con le sue possenti torri campanarie. All’interno, nella curva dell’abside, è incastonato il noto mosaico del Cristo Pantocratore. Sul fianco, il Palazzo Vescovile, con un magnifico chiostro; di fronte il Palazzo Municipale ex monastero di Santa Caterina; e la via Mandralisca, sede dell’omonimo Museo nel quale si può ammirare il &#8220;ritratto d&#8217;Ignoto&#8221; di Antonello da Messina.</p>
<p>Fra negozietti di souvenir e botteghe d’alta moda, scorci medievali impressi su tele e tegole da pittori estemporanei, i “pezzi” di tutte le epoche di Cefalù spuntano ad ogni angolo: la cinta muraria, in origine megalitica poi rafforzata in periodo successivi; il lavatoio medievale scavato nella roccia e attraversato dal fiume Cefalino, giunto alla confluenza in mare; tracce delle porte della città delle quali si mantiene integra solo <strong>Porta Pescara, che incornicia il porticciolo</strong>: scesi i suoi pochi gradini si raggiunge la baia decantata dai paesaggisti e dai fotografi d’ogni periodo. Dal molo, Cefalù si mostra raccolta ai piedi della rocca: la spiaggia con gli ombrelloni, le case affacciate sul mare, la cima abbagliante dei due campanili. Un’irresistibile quinta per un selfie da terzo millennio.</p>
<p>(Articolo pubblicato su &#8220;Vivere&#8221; dell&#8217;8 maggio 2014)</p>
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		<title>La festa di Sant&#8217;Agata a Catania: tre giorni di fede e appartenenza</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jan 2014 14:43:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Nicosia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Catania]]></category>
		<category><![CDATA[Sant'Agata]]></category>
		<category><![CDATA[Agata]]></category>
		<category><![CDATA[Febbraio]]></category>
		<category><![CDATA[Festa]]></category>
		<category><![CDATA[Patronale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>A Catania, il 3, 4 e 5 febbraio la festa patronale in onore di Sant&#8217;Agata, fra le celebrazioni religiose più vissute al mondo &#160; Non c’è racconto, non c’è frase, non c’è parola che possa descrivere i giorni più incredibili che una città possa vivere [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1296" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-medium wp-image-1296 " alt="Sant'Agata a Catania, fedeli con ceri esprimono  la propria devozione (© Foto di Pietro Nicosia)" src="http://www.pietronicosia.it/wp-content/uploads/2014/01/s_agata_01_14-300x198.jpg" width="300" height="198" /><p class="wp-caption-text">Sant&#8217;Agata a Catania, fedeli con ceri esprimono la propria devozione (© Foto di Pietro Nicosia)</p></div>
<p><i>A <b>Catania</b>, il 3, 4 e 5 febbraio la festa patronale in onore di <b>Sant&#8217;Agata</b>, fra le celebrazioni religiose più vissute al mondo</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non c’è racconto, non c’è frase, non c’è parola che possa descrivere i giorni più incredibili che una città possa vivere quando di mezzo c’è la propria storia. La città è quella di <b>Catania</b>, i giorni sono quelli di <b>Sant’Agata</b>, la <b>patrona</b> celebrata dal <b>3</b> al <b>5 febbraio</b> di ogni anno, con una festa che ha poche similitudini nei cinque continenti. Bisogna scomodare la Settimana Santa di Siviglia, o il Corpus Cristi di Cuzco in Perù, per ritrovare celebrazioni religiose di uguale intensità emotiva.</p>
<p>Una festa che è l’essenza della città e che travalica il confine del “non”, accomunando credenti e quanti non sono avvezzi a frequentare riti e funzioni, che attendono febbraio irrimediabilmente contagiati da quel che è un marchio di appartenenza, così come l’<b>Etna</b>, madre e matrigna; o il <b>liotru</b>, l’elefante simbolo di questa terra; e la squadra di calcio che, mantenendo la sua <b>serie A</b>, interpreta la voglia di esserci.</p>
<p>A dare il segnale che la festa è ormai nell’aria è il cambio dei paramenti. Dismesso il rosso natalizio, sin dai primi giorni del nuovo anno le vetrine si vestono di <b>verde</b> patronale. Poi, pian piano, si consuma l’attesa fra riti consolidati e segnali sottili che la città sa interpretare. Le <b>pasticcerie</b> si tingono del verde delle <b>olivette</b> di <b>pasta reale</b>, il dolce che, più di ogni altro, rappresenta la festa. Ma non è il solo. Gli altri segni s’individuano nei negozietti di tessuti a ridosso del centro che espongono il <b>sacco</b>, l’abito tradizionale che i devoti, che qui si chiamano <b>“cittadini”</b>, indossano nei tre giorni di festa; nei libri con la foto del <b>busto</b> luccicante di monili della patrona esposti nelle vetrine delle librerie, nelle <b>candele</b> votive che si vendono agli angoli delle vie.</p>
<p>E quando le <b>candelore</b>, i cerei lignei che un tempo illuminavano il percorso delle processioni, iniziano a girar per i quartieri, <b>Sant’Agata</b> è già nella pelle dei <b>catanesi</b>. Un’attesa che monta e che, poi, esplode in quei tre giorni vibranti, quando la città riabbraccia la patrona la cui festa ne incarna passioni, gioie, speranze, inferno e gloria.</p>
<p>L’inizio il <b>3 febbraio</b> in pompa magna con l’<b>offerta</b> della <b>cera</b>, il giorno in cui rivivono le settecentesche <b>“Carrozze del Senato”</b>, trainate dai <b>cavalli bianchi</b>, su cui siedono le autorità cittadine, che poi scendono in strada a sfidare l’umore del popolo, contrapposto alla stregua di guelfi e ghibellini.</p>
<p>Le notte del <b>4 febbraio</b> i <b>cittadini</b>, con indosso i loro <b>sacchi bianchi</b> che odorano ancora di bucato, si presentano in cattedrale. Sgranano le ore al freddo attendendo l’apertura delle porte per essere lì, in prima fila, quando la <b>“Santuzza”</b> uscirà dalla <b>“cammaredda”</b>, il <b>sacello</b> in cui è riposta durante l’anno, attraversando il transetto per giungere sull’altare maggiore, in un tripudio di gente. Loro, lì, vorranno esserci, a incrociare per primi lo sguardo felice, come lo descrive qualcuno, di <b>Agata</b> che ritrova il suo popolo, e salutarla agitando il <b>fazzoletto bianco</b> con un grido che, al passare delle ore, sarà sempre più roco e più flebile: <b>“Cittadini, evviva Sant’Agata”</b>. Poi la processione sino all’alba seguente, con il <b>fercolo</b> <b>d’argento</b> che incede per i quartieri popolari dove la città vera s’incontra e ne attende pazientemente l’arrivo, mangiando il <b>cibo di strada</b>, i panini con la <b>carne di cavallo</b>, la salsiccia, il <b>“sangeli”</b> il sanguinaccio cotto nel budello di maiale.</p>
<p>Il <b>5 febbraio</b>, giorno di <b>Sant’Agata</b>, il <b>fercolo</b> compie il giro del centro storico. Dai palazzetti di <b>via Etnea</b> se ne attende l’arrivo ai balconi aperti agli amici, sgranocchiando noccioline e pasteggiando rosoli. Sotto le luminarie passano le <b>candelore</b> che ondeggiano facendo tintinnare i pendoli, <b>barocco</b> in movimento nella città barocca. I devoti sciolgono loro i voti portando sulle spalle <b>torce</b> accese e gocciolanti di cera, che pesano quanto loro stessi pesano. Si fermano per le invocazioni che diventano un lamento, dolore vivo, di storie vere di vecchi e di bambini affidati a <b>Sant’Agata</b>.</p>
<p>Il fercolo lentissimo procede per via Etnea e raggiunge, una dopo l’altra, le piazze del centro. Al Borgo si torna indietro. Ma c’è ancora l’ultima fiammata: <b>San Giuliano</b>. Sono le candelore a risalire per prime il basolato lavico, sfidandosi nell’ultima gara di resistenza. Poi l’arrampicata tocca al <b>fercolo</b>, col sole a illuminare l’ultimo scampolo di festa. All’unisono i sacchi bianchi fluttuano per condurre la vara d’argento in cima a quello che un tempo era un cratere. In <b>via Crociferi</b>, perla barocca dell’Unesco, risuona  il canto delle suore in un silenzio irreale.</p>
<p>L’ultimo tratto sino in cattedrale ancora di corsa. La città riprende il suo ritmo, con i suoi rumori di clacson ed il vociare dei venditori della <b>pescheria</b>. <b>Sant’Agata</b> rientra ondeggiando ancora fra la folla. Poi il commiato. I sacchi bianchi si disperdono lisi e sporchi di cera, con un ultimo sguardo alla cattedrale e l’indice portato alla bocca per soffiare un bacio a mo’ di saluto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(Tramite “Cerca Foto”, puoi scoprire altre immagini della festa di Sant&#8217;Agata) </em></p>
<p>Guarda la galleria fotografica sulla Festa di Sant&#8217;Agata</p>
<p><span style="line-height: 1.5em;"></p>
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	<div id="album-34-2" class="wppa-album-cover-standard album wppa-box wppa-cover-box wppa-cover-box-2 wppa-even" style="border-style: solid; border-width:1px; border-radius:6px; -moz-border-radius:6px; -khtml-border-radius:6px; -webkit-border-radius:6px; margin-bottom:8px; background-color:#eeeeee; border-color:#cccccc;  padding:7px;width: 626px;clear:both;" >
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			<h2 class="wppa-title" style="clear:none; font-weight:bold; ">
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			</h2>
			<p class="wppa-box-text wppa-black wppa-box-text-desc" style="min-height:54px; font-weight:normal; ">Galleria fotografica della festa di Sant’Agata a Catania, eccessiva, smisurata, barocca, come barocca è la città, fra le primissime feste religiose al mondo per intensità emotiva. Per acquistare le foto o per sviluppare un testo contattami. Puoi selezionare altre immagini inserendo la chiave di ricerca</p>
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		<title>Scala dei Turchi</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Jul 2013 09:12:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Nicosia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mare]]></category>
		<category><![CDATA[Agrigento]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>La Scala dei Turchi è una scogliera di roccia bianca lungo la costa di Realmonte, in provincia di Agrigento, che ha l’aspetto di una gradinata con le alzate che s’inabissano nel Mar Mediterraneo.  Lo vide d’improvviso, sull’ultimo gradino della falesia bianca, corrergli incontro roteando una [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1283" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-medium wp-image-1283 " alt="La Scala dei Turchi (© Foto di Pietro Nicosia)" src="http://www.pietronicosia.it/wp-content/uploads/2013/07/scala_turchi_07_13-300x194.jpg" width="300" height="194" /><p class="wp-caption-text">La Scala dei Turchi (© Foto di Pietro Nicosia)</p></div>
<p><em style="line-height: 1.5em; color: #000000;">La <strong>Scala dei Turchi</strong> è una scogliera di roccia bianca lungo la costa di <strong>Realmonte</strong>, in provincia di <strong>Agrigento</strong>, che ha l’aspetto di una gradinata con le alzate che s’inabissano nel Mar Mediterraneo.</em><span style="line-height: 1.5em;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Lo vide d’improvviso, sull’ultimo gradino della falesia bianca, corrergli incontro roteando una scimitarra sopra la testa. Aveva due occhi neri come la notte, la barba corvina sino al petto, un turbante con una piuma che ad ogni balzo disegnava un’onda, un boccolo in ognuno degli orecchi ed uno sguardo di diavolo con un ghigno stampato sulla bocca. E mentre vedeva i compari di quel diavolo affannarsi per la scala, il pastore respirò profondo ed urlò con tutto il fiato che aveva quella frase che non avrebbe mai voluto pronunciare: <strong>“Mamma li turchi!”</strong>.</span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">Non sappiamo se sia andato realmente così l’incontro fra un pastore agrigentino e uno dei <strong>pirati</strong> che infestavano il Mar Mediterraneo sulla <strong>Scala dei Turchi</strong>, l’abbacinante <strong>scogliera</strong> di Punta Majata modellata dal vento e dalla pioggia, nel mare di Realmonte in provincia di Agrigento (<strong>raggiungibile</strong> dalla statale 115 fra Porto Empedocle e Siculiana). </span>Non è dato sapere se la leggenda sia vera. Veri erano, invece, i pirati barbareschi, provenienti dal Maghreb, che per i siciliani erano semplicemente i “turchi”, che infestavano negli scorsi secoli il <strong>Mediterraneo</strong>, razziando quel poco di necessario che le popolazioni costiere possedevano, per poi fuggire dal mare da cui erano venuti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">La scalea, i cui <strong>gradini</strong>, dalla riva, raggiungono la vetta della falesia, è costituita da <strong>marna</strong>, roccia bianca sedimentaria calcarea e argillosa, che interrompe la continuità della spiaggia dorata ai suoi fianchi. </span>Percorrendo la provinciale, la scogliera appare all’improvviso: uno spettacolo naturale al quale è impossibile rimanere indifferenti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per <strong>visitarla</strong> bisogna utilizzare un sentiero libero, adiacente un ristorante e a gradoni, che conduce sino alla spiaggia. Da qui si cammina per qualche centinaio di metri sino alla scogliera che appare come una nave per metà inabissata nella sabbia, con la prua rivolta all’Africa. Man mano che ci si avvicina, Scala dei Turchi svela nuovi aspetti e <strong>colori</strong> sempre diversi che nascono da un contrasto cromatico quasi irreale. Al crescere del bianco, il cielo appare sempre più intenso mentre il mare, limpidissimo, mostra tutte le tonalità che nella tavolozza occupano le tinte fra verde e azzurro che poi si sciolgono nella sabbia dorata.</span></p>
<p><span style="font-size: 13px; line-height: 19px; color: #000000;">Scala dei Turchi in estate si trasforma in un <strong>solarium</strong> su cui i turisti si lasciano cuocere dal sole, ma anche in una immensa <strong>terrazza</strong> da cui ammirare il panorama da Punta Grande a Capo Rossello. I suoi <strong>scalini</strong> diventano <strong>sentieri</strong> da seguire per aggirarla da levante a ponente e conquistare la spiaggia sabbiosa di tramontana, con il suo mare trasparente in cui guizzano i pesci e si agita la posidonia. E scorazzano i fantasmi dei pirati.</span></p>
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		<title>Erice citta&#8217; di pietra, sacra agli Elimi</title>
		<link>https://www.pietronicosia.it/erice/</link>
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		<pubDate>Wed, 10 Jul 2013 17:20:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Nicosia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Trapani]]></category>
		<category><![CDATA[Erice]]></category>
		<category><![CDATA[Ericina]]></category>
		<category><![CDATA[Venere]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Visitando Erice, il centro più importante degli Elimi, la prima impressione che si coglie è quella di ritrovarsi in una città di pietra. La roccia calcarea è ben presente nella scalata dal basso verso la vetta del monte San Giuliano, da cui si domina il [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1292" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-medium wp-image-1292 " title="Egadi" alt="Le isole Egadi viste da Erice (© Foto di Pietro Nicosia)" src="http://www.pietronicosia.it/wp-content/uploads/2014/01/erice_07_13-300x199.jpg" width="300" height="199" /><p class="wp-caption-text">Le isole Egadi viste da Erice (© Foto di Pietro Nicosia)</p></div>
<p><span style="color: #000000; line-height: 1.5em;">Visitando </span><strong style="color: #000000; line-height: 1.5em;">Erice</strong><span style="color: #000000; line-height: 1.5em;">, il centro più importante degli Elimi, la prima impressione che si coglie è quella di ritrovarsi in una </span><strong style="color: #000000; line-height: 1.5em;">città di pietra</strong><span style="color: #000000; line-height: 1.5em;">. La roccia calcarea è ben presente nella scalata dal basso verso la vetta del monte San Giuliano, da cui si domina il vertice occidentale siciliano, e non c’è elemento che non ne richiami i suoi sassi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sul perfetto triangolo equilatero in cima al monte, affacciato sul mare e spesso avvolto nella nebbia, in un contesto sacrale quasi come l’Olimpo, fu edificato, nell’antichità, il tempio di<strong> Venere Ericina</strong>, dea della fecondità, della bellezza, dell’amore per elimi, fenici, greci e romani. A lei, che dominava il mare, si rivolgevano i naviganti per chiedere protezione nelle traversate e l’amore delle ierodule, le sacre prostitute del tempio. </span><span style="color: #000000;">La lenta scalata, o la più comoda funivia, svela un <strong>panorama</strong> a perdita di vista che s’accende d’arancio al calar del sole, brillando quando i raggi tagliano in diagonale gli specchi delle saline.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Pietra, dicevamo, la stessa su cui è edificata Erice, con la quale s’iniziarono a creare le mura, che ancora ne segnano perfettamente il perimetro, e le torri merlate. </span><span style="color: #000000;">Di pietra è <strong>Porta Trapani</strong> che immette in una città di chiara origine medievale. Subito a sinistra, la <strong>Chiesa Madre</strong> dedicata all’Assunta e la <strong>Torre campanaria</strong>, originariamente torre di vedetta. Su via Vittorio Emanuele il piede solca l’acciottolato segnato da fasce e riquadri, sino in piazza Umberto, dove si trova il <strong>Palazzo Municipale</strong>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Perdendosi per le vie del centro storico si continua sul lastricato, fra chiese e palazzi, case terrane e botteghe di souvenir e di produzioni ericine, come i <strong>tappeti</strong> e le <strong>ceramiche</strong>, e fra locali e pasticcerie dove assaporare le <strong>genovesi</strong>, dolci di pasta frolla farcite con crema, ricotta o crema di latte. </span><span style="color: #000000;">Il tessuto urbano di Erice è costituito da abitazioni delimitate da muri possenti, manco a dirlo, di pietra, che custodiscono e riparano da occhi, e obiettivi, indiscreti i propri <strong>cortili</strong> infiorati e profumati, in cui gli ericini da sempre svolgono la propria vita sociale.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il balcone della dea si trova sull’antica acropoli, a ridosso degli odierni <strong>Giardini del Balio</strong> con le loro torri ed il <strong>castello normanno</strong>, detto di <strong>Venere</strong>, che sorge sul luogo dove s’innalzava il santuario. Da qui l’occhio insegue lembi di costa, si sofferma sulla “falce” di Trapani, sprofonda nelle Egadi, s’immerge nei laghi di sale. Incommensurabile teatro, il più degno per onorare una dea.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><em>(Tramite “Cerca Foto”, puoi scoprire altre immagini di Erice) </em></span></p>
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		<title>Plemmirio, continente di Sicilia, fra conchiglie giganti e geygers</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jul 2013 15:01:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Nicosia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mare]]></category>
		<category><![CDATA[Marina]]></category>
		<category><![CDATA[Plemmirio]]></category>
		<category><![CDATA[Punta della Mola]]></category>
		<category><![CDATA[Riserva]]></category>
		<category><![CDATA[Scogliera]]></category>
		<category><![CDATA[Siracusa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Geograficamente è la Penisola della Maddalena. Per i siracusani è, solo, l’isola. Per i sub è il paradiso. L’area marina protetta del “Plemmirio”, poco a sud di Siracusa, è un angolo di Sicilia che racchiude il continente Sicilia: mare, natura, storia. E incanto. Nato dall’attività [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1275" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.pietronicosia.it/wp-content/uploads/2013/07/plemmirio_07_13.jpg"><img class="size-medium wp-image-1275" alt="Punta della Mola, nella Riserva Marina del Plemmirio (Foto Pietro Nicosia)" src="http://www.pietronicosia.it/wp-content/uploads/2013/07/plemmirio_07_13-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Punta della Mola, nella Riserva Marina del Plemmirio (Foto Pietro Nicosia)</p></div>
<p><span style="color: #000000; line-height: 1.5em;">Geograficamente è la Penisola della Maddalena. Per i siracusani è, solo, l’isola. Per i sub è il paradiso.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">L’area marina protetta del “Plemmirio”, poco a sud di Siracusa, è un angolo di Sicilia che racchiude il continente Sicilia: mare, natura, storia. E incanto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nato dall’attività tettonica, il promontorio mostra scogliere da brivido che si tuffano in un mare di cristallo contrastato dalla bianca arenaria rotta da grotte e latomie e dagli spruzzi delle onde che s’innalzano come geygers .</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Chi ne ha osservato le profondità narra di conchiglie giganti, praterie di posidonia, barriere di corallo e anfore che riaffiorano dal passato, congiunte tenacemente al fondale, quasi compiaciute d’aver lasciato l’oblio per mostrarsi a chi s’immerge.</span></p>
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		<title>Piana di Catania, sconfinato monumento, teatro delle passioni umane</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jun 2013 11:19:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Nicosia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Catania]]></category>
		<category><![CDATA[Etna]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Quando l&#8217;Etna ne avvelenò i raccolti, i sicani fuggirono a Occidente. Quando tornarono per riprendersi i territori,  i siculi li ricacciarono oltre la Piana di Catania. E la Piana, di storie, di guerre e di battaglie ne ha viste. E tante. Come quella del &#8217;43 [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1269" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.pietronicosia.it/wp-content/uploads/2013/06/piana_06_13.jpg"><img class="size-medium wp-image-1269  " alt="Campo di grano alla Piana di Catania; sullo sfondo l'Etna (© Foto Pietro Nicosia)" src="http://www.pietronicosia.it/wp-content/uploads/2013/06/piana_06_13-300x193.jpg" width="300" height="193" /></a><p class="wp-caption-text">Campo di grano alla Piana di Catania; sullo sfondo l&#8217;Etna (© Foto Pietro Nicosia)</p></div>
<p><span style="color: #000000; line-height: 1.5em;">Quando l&#8217;Etna ne avvelenò i raccolti, i sicani fuggirono a Occidente. Quando tornarono per riprendersi i territori,  i siculi li ricacciarono oltre la Piana di Catania.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E la Piana, di storie, di guerre e di battaglie ne ha viste. E tante. Come quella del &#8217;43 quando i cingoli dei carri armati alleati passarono sulle spighe dorate che s’imbrattarono, fin troppo, di sangue.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Fra zagara e grano, oggi è un unico, sconfinato, monumento punteggiato di masserie senza più padroni, con i mostri di pietra impolverati di ricordi. Ricordi di ragazzine con gli ombrellini e di gabelloti che bestemmiavano contro Dio e contro i viddani, che sui campi si spezzavano la schiena.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Bionda di grano da mietere, la Piana è il mito dei Palici, ma è pure la città di Paliké il ponte di Pietralunga, il Borgo Pietro Lupo, la grotta di Rocchicella, la Montagna di Ramacca. Ed è teatro delle passioni umane, di carrettieri assassini per amore, e di marchesi padroni delle vite dei contadini.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>(Tramite “Cerca foto”, puoi scoprire altre immagini della Piana di Catania)</em></span></p>
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		<title>Etna, la stagione della ginestra</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2013 16:06:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Nicosia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Etna]]></category>
		<category><![CDATA[Ginestra]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sull’Etna, la stagione del fuoco è rossa, quella del gelo è bianca, quella del sonno è arancio, quella del risveglio è verde. La stagione attuale è gialla. Gialla, come la ginestra che colora i pendii dell’Etna, ne sgretola la tempra, ne inebria l’aria. La ritroviamo, [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1262" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-medium wp-image-1262" alt="Ginestra" src="http://www.pietronicosia.it/wp-content/uploads/2013/06/ginestra_06_13-300x201.jpg" width="300" height="201" /><p class="wp-caption-text">La ginestra e, sullo sfondo, l&#8217;Etna (© Foto Pietro Nicosia)</p></div>
<p>Sull’Etna, la stagione del fuoco è rossa, quella del gelo è bianca, quella del sonno è arancio, quella del risveglio è verde.</p>
<p>La stagione attuale è gialla. Gialla, come la ginestra che colora i pendii dell’Etna, ne sgretola la tempra, ne inebria l’aria.</p>
<p>La ritroviamo, adesso, nella sua varietà comune, foglia e fiori larghi. E fra un po’ vedremo sbocciare la sorella, la ginestra dell’Etna che fiorirà fino ad agosto, tinteggiando di giallo le lave nere.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>(Tramite “Cerca Foto”, puoi scoprire altre immagini di questa splendida e tenace pianta)</em></p>
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		<title>Ecco il mio sito: pietronicosia.it</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jun 2013 17:31:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Nicosia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pietro Nicosia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Insomma, lo programmavo da anni, ma c’era sempre un buon motivo per rinviarlo. Sin quando ho deciso: ora o mai più. Però doveva essere come lo volevo io: semplice e immediato. Eccolo il mio sito e, come mi dice Vito, col mio nomecognome.it una vera [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-1017 alignleft" style="font-size: 13px; line-height: 19px; margin: 5px;" alt="2012-09-09 10.55.50" src="http://www.pietronicosia.it/wp-content/uploads/2013/06/2012-09-09-10.55.50-300x225.jpg" width="300" height="225" /><span style="color: #000000;">Insomma, lo programmavo da anni, ma c’era sempre un buon motivo per rinviarlo. Sin quando ho deciso: ora o mai più.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Però doveva essere come lo volevo io: semplice e immediato.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Eccolo il mio sito e, come mi dice Vito, col mio nomecognome.it una vera fortuna, nonostante quel nomecognome abbastanza comune.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">C’è tutto, le foto che mi accompagnano da venticinque anni, i testi, il blog, ovvero il mio sguardo quotidiano, o quasi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Alcune istruzioni: nella home una piccola gallery; chi sono; i servizi che offro (i testi, le foto); alcuni dei miei lavori; il blog; i contatti. In basso la ricerca libera delle fotografie che ho caricato per il momento solo in piccola parte.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E, comunque, il sito è in evoluzione.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Lo p<span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">romuoverò con i social network e, ovviamente, è uno strumento di lavoro, anche se gli amici sono i benvenuti, così come i loro suggerimenti e le loro critiche.</span></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Col mio smartphone cercherò anche di offrire i frammenti del mio giorno e del mio lavoro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Grazie a Carmelo Cavallaro, ottimo webmaster, che ha saputo tradurre concretamente, al meglio, le mie esigenze.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Pietro</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.pietronicosia.it/ecco-il-mio-sito-pietronicosia-it/">Ecco il mio sito: pietronicosia.it</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.pietronicosia.it">Pietro Nicosia</a>.</p>
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